VINICIO CAPOSSELA ALLA XX EDIZIONE DI MUSICULTURA
26 giugno 2009 - ARENA SFERISTERIO - MACERATA
www.musicultura.it
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Dal 26 maggio il nuovo libro di Capossela "IN CLANDESTINITA".
“Un libro a 4 guantoni in forma di round. Un incontro senza filtro, la storia di un’amicizia corpo a corpo. Colpi di vita mandati al tappeto, in un concertato di poesia e prosa. Il cammino della clande-stinità, il suo affrancamento, tra vittorie, sconfitte e rivincite nella quotidianità e sulla carta, per get-tare finalmente la spugna all’angolo del quartiere.”
Vinicio Capossela e Vincenzo Costantino “Cinaski”. Due amici – Mr Pall e Mr Mall – complemen-tari e indivisibili come la scritta sul pacchetto di sigarette, alle prese con l’epica della quotidianità.
Ubriacature e abbandoni, solitudine e vagabondaggi notturni, scorribande negli ipermercati e vec-chie auto scassate e, su tutto, l’amicizia che sempre salva e tiene a galla. Attacca Vinicio, risponde “Cinaski”.
Racconto contro racconto, poesia contro poesia, si squaderna tutto il mondo di Vinicio Capossela, un mondo che è insieme circo felliniano, panopticon, giostra di memoria, sarabanda di sentimenti.
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Vinicio Capossela presenta "Da solo"  È uscito venerdì 17 ottobre “DA SOLO”, il nuovo album di inediti di Vinicio Capossela, a quasi tre anni di distanza dall' ultimo lavoro di studio “Ovunque Proteggi”. Noi di Smemoranda eravamo alla presentazione ufficiale, al teatro Verdi di Milano.
di Alessia Gemma
Entra in scena così: scarpe di vernice bicolore, calzini che rappresentano i tasti del pianoforte, pantalone bianco, giacca bordeaux tatuata con revers di seta nera. “È la giacca della magia”, ci dice. Immancabile cappello di velluto bordeaux.
Siamo dentro un freak show: avvolti da tele (dipinte dal cartoonist e leader dei "tre allegri ragazzi morti”, Davide Toffolo) che riproducono le immagini dei personaggi del "vero" Freak Show, quello newyorchese di Coney Island, del luna park reso famoso dal cult "I guerrieri della notte". Le stesse immagini che ritroviamo sul volto di Vinicio, in copertina: “stanno a rappresentare, così proiettate sul mio viso fototesserato in un luna park, l’uomo che ha stravolto la sua faccia con le storie che si è raccontato, immagini che popolano la sua mente e segnano il viso”. La copertina infatti si intitola “The storyfaced man”, ed è opera di Jacopo Leone. “Salve, potete ridere e rilassarvi”. Impazzano le macchine fotografiche. “Grazie per questi applausi meccanici!”.
L’idea del disco, ci racconta Vinicio, nasce in poche settimane, tra novembre e dicembre del 2007, nella solitudine della casa a Milano con vista sulla stazione centrale. “Inverno, legna, pianoforte e il tram giallo e crema numero 1 che passa sotto casa e che mi ricordava un po’ San Francisco e il tram sul quale sale Thelonius Monk nella copertina di Alone in San Francisco”. E nel disco c’è tutta l’America di oggi: “non quella leggendaria del West, ma quella desolata dei nostri giorni. Ho voluto l’America come grande scenografia, come un grande teatro vuoto, che sventola la sua resa nel silenzio. La nazione nuova che si era posta a guida del mondo è un grande magazzino, e trasforma tutto, le vite dei suoi cittadini per primi, in mercificazione, in grande distribuzione. Nel ribollire apparente dell’informazione è il suo silenzio senza rimedio. Sventolano sempre bandiere in America, spesso nel silenzio, in ogni angolo ce n’è una. Bandiere che sembrano troppo chiassose mentre sventolano sui funerali dei corpi tornati dall’Iraq, sui campi verdi perfettamente rasati dei cimiteri. Sventolano nel silenzio, rotto dalla fanfara della banda che suona sempre con la grazia sgangherata dell’Esercito della Salvezza” e ha scelto l’inverno “come stagione dell’intimità che ti costringe alla resa dei conti arrivato ad una certo punto della tua vita e ti costringe ad uscire dalla clandestinità, quella vissuta con gli amici di sempre”. E loro in effetti sono presenti in sala, nell’ombra: Vincenzino Cinaski, Dummy, Benzina, Franchino…
Nel disco si parla di "questioni di carattere": mettere a fuoco quanto si è stato incapaci di essere sinceri, quanto ci si sia sempre protetti dietro alle ombre, una visione fatta di consapevolezza, che a volte assume i toni dell' epica. “È un disco di inni, di piccole solennità per farsi trovare in piedi davanti ai colpi che la vita ti riserva, per quando la battaglia è già passata ed è stata anche già persa, ma ne conserva l’epica e talvolta l’atteggiamento”.
Il centro musicale di Da Solo è rappresentato da piano e voce, “affinché il messaggio arrivi in modo semplice e diretto”. Attorno ad ogni brano ruotano poi “gli strumenti inconsistenti, che evocano il fantastico”. E qui inizia la consueta magia e poesia di Vinicio Capossela che ci spiega e ci racconta gli strumenti inconsistenti: il theremin, che evoca spettri, il piano Tallone, creato da un certo Augusto Tallone e “usato per assonanza nel brano il paradiso dei calzini!”, gli strumenti giocattolo di Pascal Comelade e il Mighty wurlitzer teather organ” consigliato dal suo amico mago, una sorta di organo con tantissimi tasti “uno strumento protetto come la foca monaca!”.
I brani sono tutti originali, scritti da Vinicio, ad eccezione di “non c’è disaccordo nel cielo”, che riprende il titolo di un vecchio inno composto nel 1914 da Frederick Martin Lehman, “che pare abbia scritto questo brano in un periodo di gravi ristrettezze economiche. Ho ascoltato questa canzone nella magnifica versione di Jimmy Scott. Il testo non è una traduzione fedele, ma il mio modo personale di sentire l’argomento: un cielo a portata delle preghiere di tutti, che forse ci accoglierà e forse si farà trovare vuoto, ma dove di sicuro finiscono tutte le lacrime di quando ci siamo sentiti migliori”.
Ci racconta tanto, tante cose: ogni strumento ha la sua storia, ogni luogo il suo aneddoto ed ogni brano un’intenzione e suggestioni, e sorprende e commuove e conforta tanto impegno, tanta ricerca, tanta grazia e tanta magica poesia in un tempo troppo veloce e approssimativo e superficiale e volgare. Poi, si congeda: “grazie, e vedrete che fuori starà nevicando…”
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Vinicio Capossela presenta "Da solo"
Venerdí 17.10.2008 15:07
di Vinicio Capossela
Le evocazioni di questo disco nascono dalla voce e dal pianoforte. C’è un’idea di intimità e di solitudine, lontani i fragori, la mitologia, gli artifici. Ci sono brani che crepitano vicino a un fuoco fatato, altri in una stanza realisticamente assediata dallo scorrere dei tram. Tram che avrebbe potuto figurare anche in copertina, parafrasando l’Alone in San Francisco di Thelonious Monk. Monk in effetti, per il suo pianismo solo, potrebbe sottendere a questo lavoro, e per il suo arrangiamento per fiati di “Abide with me”, “Sopporta con me”, un titolo che si potrebbe quasi usare a didascalia. E del resto la forma dell’inno - e del cerimoniale - è più volte ripresa. E’ "Da solo" un disco di inni, per quando la battaglia è già passata ed è stata anche già persa, ma ne conserva l’epica e talvolta l’atteggiamento.
"Da solo" è nato in poche settimane, nella solitudine della casa con vista sulla Stazione Centrale. Arrivava quasi l’inverno e accanto al pianoforte restavano alcuni taccuini neri e quaderni a righe di scuola pieni di appunti. C’erano sopra un po’ di conti da regolare, questioni personali, perché questo, a differenza degli ultimi lavori, non è un disco mitologico o di fantasia, o di storia geografie e scienze. Non c’è il coup de cannon di “Bardamu”, ma ci sono le regole d’ingaggio con cui si uccide sull’Eufrate. Non c’è l’America leggendaria del West, ma quella desolata di oggi. Ci sono questioni di carattere, ad esempio mettere a fuoco quanto si è stati incapaci di essere sinceri, quanto ci si sia sempre protetti dietro delle ombre e quanto si abbia brancolato tra esse nel cercare l’altro, più per desiderio muto che per consapevolezza. Ma non è un disco malinconico, non c’è piagnisteo. Le lacrime, quando ci sono, sono asciutte e calcinate dal tempo, da poterci costruire sopra. C’è una visione fatta di consapevolezza e a volte anche epica.
Diversi di questi brani ruotano intorno al relazionarsi verso le cose più grandi di noi, l’unione, la guerra, la distanza, trovare le parole, perderle, il cielo, il silenzio, l’America, la clandestinità, la verità, i rapporti. E le diverse angolazioni da cui sono visti i suddetti rapporti.
E poi diversi temi personali, come per esempio quello della clandestinità, questa tendenza a nascondere la propria vera natura e a doversela svignare per essere, per iniziare ad affrontare quel cammino. E anche i fuochi della gioventù ci sono, ancora prossimi, da sentirne il calore. C’è l’amore, quello amorevole, che quando è perso lascia orfani, e la strada nuda dallo sguardo e si può affidare solo al paradiso dei calzini, per avere qualche possibilità di ritrovarlo.
Oppure si può sperare di incontrare Il gigante e il mago, un genere di miracolo che può accadere solo quando si rimane da solo, appunto, e in una volta e in una stanza, si è diventati grandi.. le creature che hai dentro fin da piccolo, e che la strada a volte ti regala se sei pronto per l’incanto. Creature che camminano nel buio e cercano di tenere accesa dentro la fiammella della loro innocenza e della loro umanità, tra apparizioni disumane.
E c’è anche modo di omaggiare il buon umore invincibile, le camicie col taschino da tabacchino, il fischietto di Vincenzino Cinaski, i quattro passi nel quartiere in una giornata di sole trovata da solo, in modo da non dovere ringraziare nessuno, se non il sole stesso.. fischiettare alle ragazze e però rimanersene al tavolo seduto, non inseguire niente, né botole ne imbuto.. diventare grandi portando con sé tutto il piccolo, tutto il sogno, e tutto il salvabile insomma.
Tutto questo è fantasticare.
Invece, la morte, nella guerra per esempio, non ha niente di epico. E’ solo un’esplosione quando non te l’aspetti e pezzi di carne e macelleria. Nient’altro. E’ questa crudezza la violenza, ed è impersonale perché mediata da qualche strumento, da un comando a distanza, da un radar, da un cannocchiale di precisione. Questo è la canzone lettere di soldati, la fine di ogni epica. L’unica cosa non meccanica è quel momento più grande delle vite, quando la vita si allarga in un pensiero e cerca di raggiungere i tuoi cari e l’universo che per te non è niente, senza di te. Ed è il momento in cui si scrivono le lettere d’amore, l’unica cosa un poco grande in un mondo che ancora costringe alla meschinità di continuare a uccidersi, piccoli e armati.
E infine l’America, che sventola la sua resa nel silenzio, il grande silenzio senza corpo d’America. La nazione nuova che si era posta a guida del mondo è un grande magazzino, un grande mall che trasforma tutto, le vite dei suoi cittadini per primi, in mercificazione, in grande distribuzione. Nel ribollire apparente dell’informazione è il suo silenzio senza rimedio. Sventolano sempre bandiere in America, spesso nel silenzio, in ogni angolo ce n’è una. Bandiere che sembrano troppo chiassose mentre sventolano sui funerali dei corpi tornati dall’Iraq, sui campi verdi perfettamente rasati dei cimiteri. Sventolano nel silenzio, rotto dalla fanfara della banda che suona sempre con la grazia sgangherata dell’Esercito della Salvezza.
Musicalmente il disco è costruito in maniera quasi filologica. Il piano e la voce sono da soli, al centro, e intorno, a fargli a volte da coro a volte da ombre, da tintinnio, da ambiente, da aria e da cappotto, una serie di strumenti, a volte inconsistenti ( bicchieri, theremin, sega, toy piano, riverbero degli archi) a volte fantastici ( il mighty wurlizer, l’optigan, il mellotron) a volte corali (le ance da “Salvation Army”, gli ottoni), i fiati che si dispongono insieme alla grancassa attorno al piano, assentono, scuotono la testa e gli danno ragione. Sezioni di ance o ottoni, quasi ferme, come fossero dei cori umani da chiesa quacchera, da cantare alzando le voci, o a bocca chiusa, col cappello tenuto nelle mani giunte. E’ stato come realizzare 12 piccole miniature sonore, di modo che ogni brano avesse la sua Chiesa in cui alloggiare.
A coronamento di questo lavoro, quando il disco era già finito e missato, è venuto un viaggio verso il West dell’America, e in quel viaggio la lettura dei “Racconti dell’Ohio” di Sherwood Anderson, e tutta quell’America biblica e rurale fatta di piccoli villaggi e di pulsioni nascoste, una specie di “Spoon River” dei vivi, che ha portato alla scrittura un ultimo pezzo, tra le camere dei motel guidando verso ovest. Si intitola la faccia della terra, perché solo quando “si è soli” si usa dire “sulla faccia della terra”. Una volta arrivati a Tucson, il brano è stato registrato così, al suo primo vagito, assieme ai Calexico e alle loro camicie a quadri. Il suono e il registro letterario di questo pezzo sono piuttosto diversi dagli altri, ci sono ruggine, chitarra e polvere, e un testo che parla di solitudini e di intrecci tra gente dai nomi biblici.. Di tutti questi uomini e donne che continuano a intrecciare le costole tra loro e a lasciarsi ciechi storpi e soli.. insomma suona diverso, in un disco per la prima volta organico e quasi circolare, però è come lo sbuffo della balena.. è fuori, nell’aria, ma viene dalla balena. Dunque è stato tirato a bordo, ispido e pieno di polvere com’è.
I brani che ho scritto sono tutti originali, ad eccezione dell’ultimo, "Non c’è disaccordo nel cielo", che riprende il titolo di un vecchio inno composto nel ’14 da Frederick Martin Lehman, uno specialista del genere, ne ha scritti molti, armonizzati spesso dalla figlia. Pare che abbia scritto questo brano mentre si trovava in gravi ristrettezze economiche, forse per quello ha alzato gli occhi al cielo e ha pensato, almeno lì non ci sono disappointment, né canzoni in mi minore.. ho ascoltato questa canzone nella magnifica versione di Jimmy Scott presente sul disco Heaven. Il testo non è la traduzione dell’originale, ma il mio modo personale di sentire l’argomento. Un cielo a portata delle preghiere di tutti, che forse ci accoglierà e forse si farà trovare vuoto, ma dove finiscono di sicuro tutte le lacrime di quando ci siamo sentiti migliori.
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Capossela nella "World" Top Ten 2008 di Mojo
C’è un disco italiano nella classifica che la rivista inglese Mojo dedica ai migliori album usciti nello scorso anno. La collocazione è all’interno della sezione World Music 2008 e si trova al nono posto della Top Ten.
Si tratta dell’acclamato “Da solo” di Vinicio Capossela, riconosciuto unanimamente anche dalla critica nostrana come uno dei dischi più importanti del cantautore e, più in generale, dell’anno appena passato.
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